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65 ANNI DOPO L’ALLUVIONE DEL POLESINE…

Sessantacinque anni fa l’alluvione del Polesine. Evento che ha seminato lutti e distruzione, come tanti ricordano in questi giorni, catastrofe che ha operato riverberando i propri effetti sulle generazioni successive, segnando profondamente la nostra storia, definendo nel tempo l’immagine e la percezione che le genti tra Adige e Po avevano (hanno?) di loro stesse e della loro terra. L’alluvione del 1951 fu una tragedia nazionale che portò alla “diaspora” di parte consistente della nostra provincia. Almeno un polesano su tre nell’arco di vent’anni.

Dal 1951 in avanti, molto è cambiato. Si sono dovute superare difficoltà che potevano, all’epoca, apparire insormontabili. La società, l’economia, il territorio sono profondamente mutati. Il Polesine ha saputo riscattarsi da una atavica precarietà legata alle condizioni ambientali, ha saputo risorgere, scrivendo una pagina radicalmente nuova della sua storia e poi confermandosi a pieno titolo – tra slanci e battute d’arresto, intuizioni e sacrifici – parte di una tra le più dinamiche regioni d’Europa.

Oggi, in materia di migranti e… migrazioni, prevalgono da più parti la retorica dell’invasione, il “non siamo razzisti, però…”, la chiamata alle barricate… La nostra emigrazione sembra essere il grande rimosso di queste settimane: la si ricorda e si inserisce all’interno di una narrazione edulcorata, a volte falsata, scarsamente obiettiva, come ennesima prova della differenza ontologica tra “noi” e “loro”. Dimenticando o ignorando che, all’estero o in Italia, nelle campagne e nelle grandi città del nord, anche noi siamo stati “gli altri”, i diversi, coloro che dovevano integrarsi, imparare ritmi e abitudini, sopportare il pregiudizio, coloro che arrivavano per rubare il lavoro o svolgere mansioni meno appetibili per tanti “indigeni”. Nemmeno i nemici del “politicamente corretto”, oggi, amano più ricordarlo…

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